Arabi insorti
Africa del Nord e Medio Oriente in rivolta

25 marzo 2011  |  di  |  Pubblicato in Post Opinion

Di fronte ai rivolgimenti impressi dalle rivolte arabe alla mappa politica del Mediterraneo, in Europa si fatica ancora a decifrare i singoli contesti locali e, dopo un decennio di ossessiva islamofobia che ha oscurato tutto lo scenario regionale, si fa passare sotto il nome di leader autocratici (l’era di Ben Ali, di Mubarak e così via) un “vuoto” di conoscenza che copre decenni di trasformazioni sociali e culturali di cui gli europei non si sono curati.

Non si tratta di rivolte del pane. Le ragioni economiche, che sono parte delle rivendicazioni arabe, rimandano a istanze ben più avanzate, che hanno al centro la cittadinanza. L’aspirazione alla democrazia non è una nuova moda dei giovani arabi, importata dall’Occidente attraverso internet. In gran parte del Nord Africa si è ragionato di democrazia sin dall’inizio del Novecento, già sotto occupazione straniera, e ci si è poi mobilitati, nelle società, sin dagli anni ’70 e ‘80. Una rete complessa di moderne culture politiche e sindacali è una conquista storica consolidata in paesi come Tunisia, Egitto, Algeria e Marocco (il caso della Libia va trattato a sé). Quanti italiani conoscono la lunga stagione degli “anni di piombo” in Marocco (1961-91)? E quanti conoscono l’esperimento di giustizia transizionale messo in campo oggi per risanare quella ferita? La distanza degli europei da questi temi fa torto in primo luogo agli stessi ideali di democrazia dei quali in Europa ci si dichiara campioni, con un orgoglio non sempre fondato.

In Africa del Nord la transizione democratica è stata aperta dalle rivolte degli anni ‘70 e ’80 e poi tradita con la minaccia di derive radicali dell’islamismo politico negli anni ’90 (anni della feroce guerra civile in Algeria) e con l’impatto dell’11 settembre su tutta l’area (quando in nome della sicurezza contro il terrorismo si è consolidata l’autocrazia). Questa chiusura alla democrazia ha “blindato” i regimi producendo due conseguenze speculari: l’esplodere di una corruzione senza limiti ai vertici degli Stati e, insieme, il dilagare di una frustrazione anch’essa senza limiti fra le popolazioni (subito confusa, in Europa, con lo stereotipo del fatalismo arabo). La generazione che allora aveva lottato per la democrazia si è allontanata dalla politica (tranne élite consapevoli che hanno continuato a testimoniare con dignità la loro resistenza) e non ha potuto lasciare in eredità ai propri figli gli strumenti dell’azione politica, ormai resi inservibili. Le generazioni successive non hanno partecipato alla vita politica perché era diffusa la convinzione di non avere alcuna possibilità di incidere sul futuro del paese e hanno espresso la frustrazione con modalità nuove (l’arte, la musica, la rete). È qui il cuore di una frattura generazionale che spiega anche come mai attivisti politici e sindacali tunisini o egiziani siano stati sorpresi, loro stessi, dalla mobilitazione giovanile.

L’ampio contagio regionale fotografa il fatto che molti leader arabi erano, o sono ancora, vicini a una soglia critica anagrafica che disegna l’onda lunga d’una fase storica condivisa (un appuntamento che ha chiamato in causa non solo i giovani, ma un’intera élite politica). Le rivolte non violente di Tunisi e del Cairo non sarebbero state le stesse senza il sostegno, ciascuna, di una parte dello Stato (i militari, ma non solo) che ha reagito al tentativo della parte più corrotta dei regimi di sopravvivere al leader. Un durissimo scontro interno – sempre più visibile nelle schermaglie degli ultimi anni intorno al paradosso di “repubbliche ereditarie” – ha infine regolato i rapporti di forza sotto la pressione delle piazze. I sistemi politici dei Paesi arabi sono diversi fra loro e anche se le società arabe hanno mostrato di condividere l’espressione di aspirazioni democratiche (anche nel Golfo) le evoluzioni sono e saranno necessariamente diverse. Il caso tragico della Libia lo dimostra, confermando il peso delle specificità locali e l’importanza di una sponda politica nello Stato per un esito non violento.

Le rivolte per la democrazia hanno ancora molti agguerriti nemici, ma hanno già cambiato lo scenario regionale: non solo per il contagio diffuso ad altri paesi, ma per l’orizzonte politico che hanno tracciato, estraneo tanto ai principi della rivoluzione islamica quanto ai proclami violenti di al-Qaida. La vecchia Europa, stretta fra interessi nazionali e vocazione collettiva alla leadership, è trascinata ad esprimersi.

Tavola rotonda coordinata da Anna Tonelli

Interventi:

Anna Maria Medici, Società civile e transizione democratica in Africa del Nord
Massimo Bevacqua, Le lingue della rivolta
Eleonora Guasconi, I nodi della politica mediterranea della UE
Fabio Turato, Il ruolo delle forze armate nel Mondo arabo
Francesca Declich, Le giovani donne arabe dentro le rivolte
Massimiliano Cricco, Le relazioni internazionali della Libia di Gheddafi alla prova della rivolta

L’incontro è stato organizzato da Cantiere Mediterraneo e Urbino Research Team on International Relations and Human development e si è svolto nella Facoltà di Scienze Politiche il 9 marzo scorso.

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