Elogio del bidello
Università, spirito di servizio e passioni: intervista a Amos Paolucci che presto se ne andrà in pensione

25 marzo 2011  |  di  |  Pubblicato in Tempo Libero

Una laurea Honoris Causa in “Rapporti umani e supporto all’autogestione” non l’aveva ancora ricevuta nessuno. Evidentemente nessuno se l’era meritata, prima che Amos Paolucci se ne andasse in pensione a 58 anni portando con sé il regalo che più di ogni altro rappresenta la figura ideale del bidello urbinate e il suo ruolo ormai tipicizzato dalla storia dell’Ateneo.

Ci hanno pensato i ragazzi della C1 Autogestita ad assegnarla ad Amos, dopo averlo opportunamente coronato d’alloro, vergandola su una pergamena per nulla da meno dei documenti accademici ufficiali.

Amos Paolucci

Amos Paolucci

Amos, se non ti commuovi non sei umano

E infatti mi commuovo – ci risponde guardandoci bonariamente dall’alto del suo metro e novantadue – perché le gioie più belle che ho avuto in questi anni sono stati proprio i ringraziamenti degli studenti e delle loro famiglie per l’assistenza e i consigli dati loro nel corso degli studi a Urbino. Questa simbolica laurea rappresenta al meglio quello che ho cercato di essere.

In effetti si è sempre detto che lo studente a Urbino è come in una seconda famiglia

E’ vero, o almeno sia io che i colleghi, come quelli che c’erano prima di noi, abbiamo sempre interpretato così il nostro ruolo e spero che anche quelli che verranno al posto nostro sapranno fare lo stesso, altrimenti la nostra università perderebbe uno dei suoi punti di forza, ne sono convinto.

Bene, ma tu sai che noi di Uniurb Post siamo qui soprattutto per un’altra tua qualità, che da pensionato potrai coltivare ancora meglio: il modellismo, anche se di un tipo tutto particolare, vero?

Vero, perché io non riproduco aerei o treni o automobili. La mia passione è la riproduzione in scala di strumenti agricoli perfettamente funzionanti, soprattutto quelli che mi restituiscono le emozioni provate da bambino, come la trebbiatrice, il cui arrivo nell’aia era la festa più grande dell’anno. La trebbiatura era il momento conclusivo di tutto il ciclo del lavoro dei campi, che dall’aratura passava per la semina fino al raccolto. In quel momento ci si rendeva definitivamente conto se la stagione era stata favorevole oppure no, soprattutto per i miei genitori che erano mezzadri a Montecalende, circa 10 km da Urbino. Ecco, ho voluto a modo mio ricreare l’atmosfera di quei momenti.

Un mondo che è scomparso. Una fortuna o no?

Sicuramente adesso la vita è più facile. Una volta per trebbiare 100 quintali di grano ci voleva un giorno, adesso in mezz’ora si fa. Ma il vero lavoro dell’uomo si vedeva, c’era la soddisfazione di far bene le cose e di vedere il risultato concreto del tuo impegno. Ora le macchine hanno disumanizzato il lavoro, per questo penso che sia importante non dimenticare i sacrifici e la fatica che i nostri avi hanno fatto per noi. Anche a questo servono i miei modelli.

Ma dove hai imparato quest’arte?

Prima di tutto con gli studi professionali all’INAPLI di Urbino e poi lavorando per vent’anni alla Benelli Armi, dove ho potuto affinare le mie capacità di lavorazione del ferro e del legno.

Tecnicamente, come si realizza un modello in scala?

La misura si prende dagli attrezzi reali, che si trovano nei musei delle civiltà contadine o dove si svolgono le feste rievocative del lavoro agricolo, anche se mi pare che stiano scomparendo perché scompaiono anche gli ultimi testimoni diretti.

Il materiale dove lo reperisci?

Ferramenta, falegnamerie, fabbri. Compero soprattutto legno e ferro e faccio tutto da solo. Anche gli animali come mucche e cavalli sono in legno.

Quali sono i più importanti strumenti agricoli che hai ricostruito?

La più impegnativa certamente è stata la trebbiatrice. Mi ci sono voluti più di sei mesi, anche perché è perfettamente funzionante: è stata una grande emozione farla partire, come tornare bambino.

Altri attrezzi che ho ricostruito sono gli aratri, le seminatrici, i carri agricoli, oltre agli attrezzi per la cantina come tini, botti, telai.

Ma a casa che dicono?

Sono contenti, moglie e figli, anche perché lavoro nel garage di casa dove ho tutti gli attrezzi e dunque non do fastidio.

E i tuoi figli hanno ereditato questa passione?

No, Andrea di 27 anni e Maria di 19, non hanno questa passione, per cui mi sento uno degli ultimi testimoni della storia della civiltà contadina  Mi fanno tanti complimenti e apprezzano i miei lavori, ma hanno i loro impegni e diverse passioni.

Amos Paolucci

Amos Paolucci

E adesso che progetti hai?

Mi piacerebbe fare una mostra, o comunque poter dare ai miei lavori una collocazione pubblica e definitiva, proprio per spiegare ai giovani cos’era il lavoro dell’uomo e che valore avevano il sacrificio e l’impegno. Penso che sarebbe una bella cosa perché ho visto emozionarsi quelli che hanno già potuto vedere le mie opere.

Ma naturalmente troverò sempre un momento per tornare a trovare i tanti amici, colleghi, impiegati, docenti e studenti, che lascio dal primo di aprile.

E non è uno scherzo.

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