Gillo Dorfles, l’estetologo
Dialoghi sull’Utopia tra il grande Maestro del gusto e la Redazione Studenti

22 aprile 2011  |  di  |  Pubblicato in In evidenza (B), Slider

Gillo Dorfles, centouno anni (nato a Trieste nel 1910), critico d’arte e professore universitario di estetica (ha insegnato nelle Università di Milano, Firenze, Cagliari, Trieste ed è stato visiting professor in diverse istituzioni straniere di prestigio), pittore, tra i fondatori nel 1948 con Monnet, Soldati e Munari, del MAC (Movimento Arte Concreta), è stato il 18 aprile il grande protagonista dei Dialoghi dell’Utopia il ciclo di incontri con i più importanti personaggi della cultura italiana organizzati dal LaRiCA, Dipartimento di Scienze della Comunicazione.

Gillo Dofles, Urbino — Foto di Donatello Trisolino

Gillo Dofles, Urbino — Foto di Donatello Trisolino

La Redazione di UniurbPost ha chiesto agli studenti che collaborano con il magazine d’Ateneo di preparare alcune domande da rivolgere al Maestro, che pubblichiamo a seguire.


Qual è secondo lei il ruolo della critica nell’arte contemporanea? — Monica Bravi

L’arte oggi non è in mano né ai critici né agli artisti, ma ai ’mercanti’. I critici non fanno altro che rispondere alle leggi del mercato.


Lei ha affermato che la maggior parte delle utopie sono negative e destinate a naufragare, ma esistono anche delle “eutopie”, ovvero delle “buone utopie”, come, ad esempio, le religioni.

Ci può fare un esempio concreto di “eutopia” in ambito artistico? — Umberto Brunetti

Sì, la città di Salerno. Fino a non molto tempo fa Salerno era una città disordinata e architettonicamente povera, ma grazie a un serio impegno dell’amministrazione cittadina sono stati chiamati grandi protagonisti dell’architettura e dell’urbanistica mondiale come Oriol Bohigas, David Chiepperfield e Tobia Scarpa e negli ultimi dieci anni la città ha conosciuto una straordinaria stagione di risanamento urbanistico, cambiando completamente volto. E così, paradossalmente Salerno oggi è una città più bella della stessa Napoli, le cui ingenti bellezze artistiche, purtroppo, sono contaminate dal tremendo problema de rifiuti. Questo è per me un chiaro esempio di utopia ben riuscita.


Maestro, quale idea di bellezza può ancora esprimere l’arte contemporanea o quella a venire? — Alberto Fraccacreta

La bellezza non si sa dove stia.


Maestro, durante la conferenza ha parlato di creatività ed originalità, e di come queste siano necessarie all’artista che si propone di dare vita ad un’opera d’arte; tuttavia è necessario considerare il valore sociale di ogni opera e tutti quegli elementi che derivano dall’esterno. Secondo lei, una ricerca ossessiva dell’originalità non può condurre l’artista a chiudersi in se stesso e smarrire il valore sociale dell’arte? — Matteo Giunta

La creatività è sorella dell’originalità, non può esserci creazione che non sia originale, ma succede che alcuni artisti, per voler essere a tutti i costi originali non siano affatto creativi. Per quanto riguarda l’arte e la società, queste due realtà sono strettamente connesse: l’arte deve sapersi adeguare ai bisogni della società in cui nasce.


L’utopia nell’arte è espressione del malessere del creativo verso la società, è un’ossessione, oppure è una forma di speranza per un futuro migliore? — Laura Morelli

Credo che la speranza sia la base di ogni creatività, l’utopia è speranza… ma a sperare troppo poi si diventa ossessionati!


L’arte contemporanea rispecchia un’utopia che nasce dalla mente dell’artista o un’utopia della società e del mercato? — Mara Giuditta Urriani

L’arte contemporanea tende sempre più a cadere nel conformismo e a creare così ‘cattive utopie’, che fossilizzano l’uomo. Eppure sono queste ad esser più facilmente accettate: le ‘buone utopie’ raramente vengono accolte dalla società odierna.


Se la maggior parte delle utopie, come dice, son destinate ad essere cattive utopie anche le utopie delle nuove generazioni son destinate a rivelarsi cattive? Quale speranza? — Raffaella Berluti

Se saranno cattive utopie si potrà vederlo alla fine, l’importante è che ci siano.

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