Nel cammino degli appuntamenti della Conferenza di Ateneo voluta dal Rettore, il 4 maggio si è tenuta in Aula Magna la presentazione di una ricerca sugli studenti della nostra università Studiare @ Urbino, diretta dal prof. Guido Maggioni, che ha visto la collaborazione di Edoardo Barberis, Leonardo Catena, Luigi Ceccarini, Irena Korelc, Elisa Lello, Sabrina Moretti, Benedetta Polini.
Gli obiettivi cognitivi riguardavano il rapporto tra gli studenti e la città di Urbino e l’opinione degli studenti e degli abitanti di Urbino riguardo all’Università. Inoltre è stato fatto un raffronto tra i flussi di studenti della nostra università e quelli delle università vicine. Sono state usati sondaggi a questionario, focus groups e elaborazione di dati rilevati per il Ministero dai nuclei di valutazione.
Nel pomeriggio i risultati sono stati discussi alla presenza di ospiti di rilevo come il prof. Alessandro Cavalli (Università di Pavia); il prof. Roberto Moscati (università Milano Bicocca) e la dott.ssa Marzia Foroni del MIUR. Gli abstract e le slides delle presentazioni sono visionabili sul magazine UniurbPost.
Non posso entrare nel dettaglio di tutti gli interessanti risultati che sono stati esposti. Cercherò pertanto di fare una sintesi dei punti principali.
Gli studenti di Urbino sono raggruppabili in tre principali categorie: gli studenti fuori sede, i pendolari e i lavoratori veri e propri. Dalle risposte sembra che tre studenti su quattro facciano un qualche tipo di lavoro, ma è utile distinguere coloro per i quali il lavoro è l’attività principale da quelli che fanno lavoretti per l’argent de poche. Queste tre categorie vivono ovviamente il rapporto con l’Università e con la città in modi abbastanza diversi. Chi ci abita frequenta assiduamente i luoghi e le strutture, il pendolare vive gli spazi per tempi brevi e mantiene molte attività in altri luoghi e con altre reti di relazioni. Il lavoratore è presente solo di passaggio.
Gli abitanti della città di Urbino, in base alle risposte, sembrano avere un atteggiamento un po’ contrastato. E’ largamente diffusa una percezione di declino del ruolo dell’Università negli ultimi dieci anni, però è altrettanto diffuso un sentimento di ottimismo riguardo agli sviluppi futuri. E’ riconosciuto agli studenti il merito di mantenere vitale il centro storico, ma vengono anche considerati possibile causa di insicurezza. Si dice che gli studenti sono normalmente educati e rispettosi, ma ci si lamenta di schiamazzi e rumori molesti. Come si vede non si tratta di vere contraddizioni ma di luci e ombre nella percezione della cittadinanza. Nell’insieme si conferma il sentimento di orgoglio e di importanza della presenza dell’Università in città, ma questo è molto meno vero per gli urbinati (la metà) che vivono in frazioni lontane dal centro storico.
Coloro che offrono servizi e alloggi agli studenti ammettono che da quando c’è stato un significativo calo della loro presenza è migliorata la qualità di ciò che viene loro offerto. In precedenza venivano affittati anche alloggi in condizioni poco dignitose mentre oggi c’è più attenzione.
Dal canto loro gli studenti lamentano che l’atteggiamento degli urbinati, per quanto cortese, è spesso orientato a vedere lo studente soprattutto come una fonte di reddito, o altrimenti di disturbo.
La città è bella, comoda per vivere e per studiare perché tutto e facilmente raggiungibile, ma offre poche occasioni di incontro non commerciali, poche iniziative culturali, pochi spazi di aggregazione e di animazione. Gli studenti pendolari si lamentano molto della scarsità dei collegamenti, dei parcheggi spesso lontani e a pagamento.
Nei confronti dell’Università c’è un generale riconoscimento positivo sulla qualità della didattica, sulla qualità del rapporto tra studenti e docenti, sulla dimensione abbastanza comunitaria dovuta alle modeste dimensioni sia dell’Università che della città. E sono queste, oltre alla vicinanza geografica, le caratteristiche che li hanno indotti a scegliere la nostra università. Sono apprezzate le attività delle biblioteche.
Le doglianze sono emerse esplicitamente soprattutto nei focus groups e riguardano principalmente:
- Il calendario delle lezioni e degli esami. Comunicati spesso all’ultimo momento, presentano a volte incongruenze (concentrazione dei corsi in alcuni giorni o periodi) e sovrapposizioni. Rispecchiano più il desiderio di tener conto delle esigenze dei docenti che di tener conto di quelle degli studenti.
- Segreterie. Gli orari sono brevi, di solito coincidenti con quelli principali delle lezioni. Non ci sono aperture pomeridiane. Ci sono anche lamentele riguardo alla gentilezza del personale.
- ERSU problemi di qualità degli alloggi, di discontinuità nel servizio delle mense, di collegamenti con la sede Sogesta. Il numero delle borse di studio si è drasticamente ristretto.
- Orientamento. Gli studenti si sentono lasciati a se stessi. I protocolli dell’orientamento sembrano funzionare solo sulla carta e mancano dei percorsi chiari e stabili.
- Laboratori. Le attività di laboratorio sono spesso carenti. Le postazioni informatiche insufficienti.
- Internazionalizzazione. I programmi di studio all’estero sono scarsi e poco attraenti, sia per le destinazioni che per l’entità delle borse di studio.
- Tirocini e post laurea. I tirocini sono scarsi e spesso non coerenti con il percorso di studio. I collegamenti con il mondo del lavoro sono insufficienti.
Nel corso del dibattito è stata sottolineata la necessità di mettere lo studente al centro del processo organizzativo. Non deve essere solo un slogan, si deve cominciare a pensare e ad agire in modo coerente con questo principio.
Tra gli ospiti il prof. Cavalli ha ricordato che le università sono enti che hanno i piedi nel territorio e la testa più in alto. Ed è bene che rimangano così. Perciò il contributo dei fuori sede è determinante per non far scivolare un’antica università nel modello angusto del “community college” americano. Inoltre ha incitato le università meno grandi ad abbandonare l’idea della università esaustiva, che fa tutti corsi e tutti i livelli di insegnamento. Meglio stabilire degli obiettivi formativi e concentrarsi su quelli. Una piccola università può anche puntare su un settore nel quale perseguire l’eccellenza ma non è ragionevole immaginare che possa fare tutto.
Il prof. Moroni ha evidenziato come diversi profili di studenti richiedano servizi e, a volte, anche percorsi didattici differenti. Per alimentare il senso comunitario un’università deve poi attivare momenti di informazione e confronto diversi da quelli canonici della lezione frontale. Iniziative culturali, sportive e ricreative sono anch’esse utili. Bisogna che l’università si faccia interprete del concetto di società della conoscenza, sia nel senso economico della necessità del continuo apprendimento, che nel senso civico di educazione alla partecipazione e alla democrazia.
La dott.ssa Foroni ha spiegato che il Ministero ha a cuore l’obiettivo della “centralità dello studente” che va perseguito con coerenza. E ha invitato i diversi livelli di governo e le diverse università del territorio a fare sistema per trovare il giusto equilibrio tra concorrenza e collaborazione.
Dai dati di confronto con le altre università emerge una concorrenza spiccata tra le diverse università dell’area marchigiana e della Romagna. Urbino viene scelta per la qualità dei suoi corsi, per la gradevolezza della vita cittadina e universitaria, per la qualità delle relazioni umane tra docenti e studenti e tra gli studenti, ma soffre del suo essere decentrata e mal collegata. E questo è particolarmente vero per quella quota di studenti per i quali la prossimità è la prima ragione di scelta. Io credo che andrebbe avviata una riflessione sull’opportunità di tenere in piedi la sede decentrata di Sogesta o se non sarebbe meglio portare in centro anche quelle attività. Insieme alle altre università marchigiane (e in particolare Ancona che è la più complementare alla nostra) bisogna discutere di modalità per razionalizzare, concentrare e ampliare, ma su base territoriale, l’offerta formativa. Va mantenuta la peculiarità di città campus senza avere timore di avviare iniziative comuni anche in altre aree del territorio, evidentemente esposto alla forte concorrenza delle sedi universitarie romagnole.
di Nicola Giannelli
Responsabile Progetto studenti dell’Università di Urbino Carlo Bo
