Giancarlo De Carlo (Genova 1919 – Milano, 2005), Facoltà di Magistero, 1968-1976
Collaboratori: Valeria Fossati Bellani, Astolfo Sartori, Vittorio Korach (strutture), Emilio Vian (impianti)
«Procedono a ritmo intenso i lavori per la costruzione della nuova sede della facoltà di Magistero», declamava l’incipit di un articolo ne «Il Resto del Carlino» locale dell’11 ottobre 1974. Il cantiere era stato aperto alla fine degli anni Sessanta e il progetto, affidato a Giancarlo De Carlo, prevedeva la riutilizzazione dell’antico convento di Santa Maria della Bella, impiegato in tempi più recenti come orfanotrofio. L’opera rientrava in un ambizioso programma edilizio fortemente voluto da Bo: seguendo le linee del Piano Regolatore, l’Ateneo acquistava gli antichi tesori architettonici comunali, per lo più in rovina, recuperandoli per le proprie attività didattiche.

"Urbino / early morning / looking through De Carlo's windows" — Foto di Donatello Trisolino / Dic. 2011 — Flickr
Oggi, il Magistero è considerato uno dei capolavori del progettista. La struttura architettonica si dispiega intorno a due cuori, il cortile a pianta circolare e il grande invaso dell’aula magna; quest’ultima può contenere fino a 1500 persone. Intorno a questi due perni, e nascosti dai muri esterni dell’antico monastero, si sviluppano i cinque piani, due dei quali scavati sotto la quota dell’entrata principale per ricavare l’auditorium.
L’antico e il contemporaneo si accordano reciprocamente: così, accanto agli stucchi della chiesa convivono, per esempio, i moderni soppalchi, trasformando il primitivo luogo sacro in biblioteca e sale di lettura; i giochi geometrici eseguiti nel cemento ritmano la luce nei soffitti della scala a chiocciola, citazione della rampa di Francesco di Giorgio Martini.
Nell’aula sospesa il cemento armato è, al contempo, materiale di costruzione e materiale plastico: due corridoi sorreggono la sala semicircolare nel vuoto della sottostante aula magna. Dall’alto la luce del grande lucernario si irradia nello spazio interno, aumentando nel fruitore ancora di più l’impressione di verticalità di questa parte dell’edificio.
La verticalità è, infatti, un elemento distintivo della facoltà di Magistero, e in tale aspetto il complesso architettonico richiama una delle peculiarità di Urbino, quella di essere per conformazione e necessità una città verticale.
La dimensione orizzontale è invece data dal paesaggio, in particolare dal magnifico affaccio dei giardini pensili che si susseguono a cascata verso le Cesane e il Nerone, laddove l’orizzonte si perde nell’infinito dei suoi Appennini. Qui, dove la città trema e i pettirossi s’alzano a volo, la poesia di Paolo Volponi e l’architettura di Giancarlo De Carlo idealmente s’incontrano:
«Allora i giardini pensili
piegano l’ombra ostile dei pini
verso quel punto dell’orizzonte,
nuovo ogni sera,
dove io non giungerò mai»
Le mura di Urbino, Le porte dell’Appennino (1955-59)
di Tiziana Fuligna, docente di Storia dell’Arte
