Che cosa succede al di là delle Alpi?
L’informazione culturale per la stampa estera. Il caso dell’Internazionale con l’intervista al vicedirettore Alberto Notarbartolo al Festival del Giornalismo culturale

6 Maggio 2013  |  di  |  Pubblicato in Tempo Libero

a cura di Giacomo Fidelibus (Redazione Studenti)
Che cosa succede al di là delle Alpi? Che immagine hanno i giornalisti stranieri della stampa culturale italiana? Per rompere anticipatamente ogni dubbio, va premesso che la professione di giornalista culturale rappresenta un mestiere anomalo rispetto a ciò che, nell’immaginario collettivo, impersona la figura di operatore dell’informazione. I latini direbbero aliquid stat pro aliquo, occorre dunque passare ad un’interpretazione deontologica della questione. Chi fa giornalismo culturale? Le parole insegnano, gli esempi trascinano. L’esperimento dell’Internazionale, il settimanale italiano che dal 1993 riporta le principali notizie d’informazione “straniera”, si profila come un modello vincente nel settore. La formula magica del progetto è stata raccontata sabato pomeriggio dal vicedirettore Alberto Notarbartolo, in occasione dello speech tenuto al Festival del giornalismo culturale di Urbino. La sua introduzione è stata chiara: è difficile ipotizzare un confronto tra i diversi prototipi di giornalismo culturale del mondo. Difatti, chi si occupa di cultura in Francia opera su una diversa scala di valori rispetto a chi lo fa in America Latina. A prescindere dai differenti stili, il fattore comune è stabilito dalla necessità di vendere in edicola. In particolare, a livello finanziario, se l’articolo è noioso si crea un problema sia per l’autore che per il giornale. Prassi che non sussiste per chi pratica informazione on line: non a caso, la stampa culturale multimediale è ricca di esempi invidiati da chi scrive sui giornali di carta. Ma le differenze tra le stampe nazionali ci sono eccome. Per esempio, il giornalismo culturale spagnolo offre uno sguardo molto più severo e meno divertente di quello italiano. Non si propone come un momento di svago, mentre in Italia le pagine dedicate alla cultura sono un angolino rilassante. Su questo è convenuta anche Irene Hernández Velasco, che sabato rappresentava El Mundo. In Spagna regna una sorta di confusione tematica: gli articoli che parlano di Italia parlano anche di Germania e al contempo vengono incastrati temi di economia. La parola cultura nel giornalismo iberico ha spesso a che fare con i generi di ecologia e scienza. La stampa culturale spagnola è dunque noiosa. Ma cosa ci si aspetta esattamente dalle pagine culturali? Se l’intervista fatta ad uno scrittore che ha appena pubblicato un libro è un veicolo funzionale, è altrettanto vero che questa forma editoriale richieda uno sforzo produttivo basso per il giornale; se il giornalista è capace, riesce a comunicare perfettamente con lo scrittore. Di converso, dalla maggior parte delle interviste traspare che ai giornalisti italiani non interessa il libro. Prevale sempre uno sguardo parziale. In tale ottica, la percezione comune in riguardo ai quotidiani italiani è che, sotto una prospettiva qualitativa, i contenuti lascino parecchio a desiderare, nonostante le pagine siano di gradevole lettura; gioca, in questo senso, un ruolo fondamentale la scarsa permanenza intellettuale dei contenuti. Tesi in parte corroborata da Lee Marshall del Condé Nast Traveller. Secondo il suo quadro d’analisi peculiarmente anglosassone, negli ultimi anni c’è stato un grosso e parziale cambiamento nel giornalismo culturale italiano. Un tempo l’impressione generale era che in questo tipo di attività editoriale mancasse spesso la premessa giornalistica; il sapere era trasmesso dalla cattedra. Le pagine culturali erano di esclusiva competenza di accademici e professori universitari. E come si potrebbe mai biasimare una simile valutazione? Nel Regno Unito il punto fermo del giornalismo culturale si configura sull’importanza della recensione. In Italia tale condizione non è così netta, mentre sia oltremanica che oltreoceano è sacrosanta. Se proviamo a leggere un articolo in un quotidiano italiano sull’ultimo film uscito al cinema sembra di assistere ad una conferenza stampa dell’opera cinematografica. Le qualità recensorie non si addicono dunque agli italiani. A tal proposito, fa riflettere che il New York Times sia pieno di recensioni pragmatiche. In tutte le pagine culturali del giornale newyorkese si leggono esami e giudizi redatti su tutti i generi di libri, da quelli che si occupano di cucina ai romanzi. Occorre rimarcare che stiamo parlando di recensioni severe e meticolose, scritte da persone che ci lavorano sopra per parecchio tempo. Morale della favola? Non c’è da fidarsi delle opinioni e delle recensioni che si danno di film e libri sulla stampa italiana. Ma anche nel mondo anglosassone l’epoca del critico che fa la differenza sta terminando. Soprattutto nell’era di internet, dove i giovani preferiscono affidarsi alle recensioni pubblicate da network come Rotten and Tomatoes. Difficile reggerne la concorrenza. Ed è ancora più arduo riuscire a dare un’interpretazione speculativa del concetto di cultura. Il fatto interessante è che nel mondo anglosassone, da tanto tempo, esiste la contaminazione tra quello che si pensa sia cultura alta e cultura popolare. Ne sarebbe omaggiato Roland Barthes, che vedeva nella cultura popolare un enorme bacino di critica. Ma non si tratta di un’analisi stereotipata. Sul sito del The Guardian, sotto il link “cultura” si apre un ampio contenitore di voci che comprendono spettacolo, arte, design, libri, film, musica, teatro e danza. Tutto è cultura. Da qualche parte questo potrebbe scandalizzare. E se volessimo proprio spezzare una lancia in favore del giornalismo culturale italiano, potremmo asserire che negli ultimi vent’anni il livello dell’informazione nel Bel paese non ha subito l’impatto della commercializzazione che ha investito altri quotidiani nel resto del mondo. In Italia ci sono tanti esempi felici di stampa culturale che stoicamente resiste, dal Manifesto al Foglio.
Insomma, tanto per parafrasare Notarbartolo, la “cultura della linea dei pallini” resta un elemento imprescindibile per le opinioni sulla stampa. Ma rimane sempre e comunque un sistema limitato. Di converso, è anche vero che, in una recensione lunga duemila battute, se l’autore non fosse un maestro della critica passerebbe per barboso. E con la cultura dei pallini si perderebbe l’essenza della critica. Già, ma che cos’è la critica? In fondo, una critica in mezzo foglio protocollo scritta a scuola da un bambino è uguale a quella pubblicata su un giornale. Qui entra in gioco un altro fattore imprescindibile per la stampa italiana ed estera: i soldi, per assumere un profilo più accademico potremmo definirlo “budget economico”. In Italia sta scomparendo l’idea del giornale come compagno di viaggio. Con la crisi e con la concorrenza del web si sta chiedendo sempre più sovente ai giornalisti di fare pezzi di informazione culturale. Come ha ricordato in conclusione Irene Hernàndez Velasco, è indubbio che per fare cultura siano necessarie qualità come immaginazione e talento, ma le risorse finanziarie restano il passepartout; la chiave d’accesso per qualsiasi evoluzione. Nietzsche direbbe “di tutto conosciamo il prezzo, di niente il valore”.
 
Giornalismo culturale tra talento, immaginazione e risorse
Intervista a Alberto Notarbartolo vicedirettore de L’Internazionale

Alberto Notarbolo, vicedirettore dell'Internazionale, il settimanale che pubblica i migliori articoli dei giornali di tutto il mondo.  È stato fondato nel 1993.  Esce il venerdì.  La redazione è a Roma, in viale Regina Margherita 294

Alberto Notarbolo, vicedirettore dell’Internazionale, il settimanale che pubblica i migliori articoli dei giornali di tutto il mondo. È stato fondato nel 1993. Esce il venerdì. La redazione è a Roma, in viale Regina Margherita 294


Da blogger e da studente di comunicazione politica desidero spostare l’attenzione sull’aspetto della condivisione di notizie e informazioni sul web. Qual è l’impatto dei social network sulla professione di giornalista culturale. Gli utenti di Facebook e Twitter hanno bisogno di notizie liquide, spendibili già dal titolo. Non ha l’impressione che la nostra società si stia disabituando al giornalismo culturale?
E’ qualcosa di non troppo lontano da quello che accade con le recensioni. Sono testi talmente brevi che alla fine emerge solo il giudizio finale che ne ha avuto il critico; non si tratta assolutamente di critica come momento di ricchezza. Like o dislike, si o no. Se in questo momento qualcuno su Facebook scrivesse che quando piove, Urbino è la città più brutta del mondo riceverebbe sicuramente qualche like, così come il mio post di disapprovazione: Urbino è sempre bella. Si tratta di un sistema di relazioni “scemino”, ma c’è un aspetto che nei social media è importante ed è opportuno sottolineare; un aspetto diffuso in quello che all’epoca di internet 2.0 rappresentavano solo i blog. Il social network offre a chiunque uno spazio a disposizione per la gratificazione del proprio ego. Tizio scrive un articolo di 30mila caratteri battuti sui pavimenti dei bar d’Urbino e magari scopre di avere un talento narrativo sull’analisi della pavimentazione dei bar. In questo modo potrebbe ritagliarsi un proprio format di conoscenze. Di solito uno su cento è bravo.
 
Parliamo del rapporto tra i giovani giornalisti e l’informazione. Per gli aspiranti giornalisti che intendono lanciarsi in progetti editoriali non crede che oggigiorno la strada sia decisamente in salita rispetto ad un tempo?
Non credo che sia più difficile. Penso che il livello sia lo stesso in un ranking di difficoltà. L’Internazionale è un esempio della logica della start up. E’ un giornale che nasce nel 1992 grazie a Giovanni De Mauro, che decide di impostarlo sul prototipo del Courier International in Francia. De Mauro era a Parigi nel 1991 quando ci fu uno dei vari tentativi di golpe nella Russia post sovietica. Aveva 26 anni e faceva il giornalista dell’Unità. E’ andato a cercare i soldi, come in una Start Up. D’altronde, per far funzionare la macchina serve la carta. All’inizio era niente più che una rivista con un giornalista professionista e tre studenti fuoricorso. Un giornale formato da quattro persone; quattro studenti che, al di là degli interessi personali, avevano 23 e 24 anni. Avendo difficoltà con le lingue, hanno deciso di chiamare un loro amico, Alberto Notarbartolo, che studiava all’Università di Pavia e che in sei mesi ha dovuto imparare ad utilizzare un computer. La mia carriera giornalistica è dunque anomala, è la storia di uno studente fuoricorso che si è trovato in un appartamento a Roma a 25 anni per fare qualcosa di bello e divertente. I computer che avevo a disposizione erano i mac delle amiche che stavano facendo la tesi. Il resto della storia è testimoniato da 21 anni di attività. Tra due settimane uscirà il numero mille e per questo evento si regalerà la copia del numero uno, che al tempo realizzarono in quattro. Allora si trattava di fare lo stesso lavoro che ora fa un giornale più povero. In compenso era un mestiere che non conoscevo: scrivevo per Capital, però ero sempre uno studente universitario di critica cinematografica. Internet non c’era, non c’era il sistema e-mail. Quando avevamo qualche dubbio su una parola, non esisteva un aggeggio dove poter scrivere un termine a casaccio per ricavarne informazioni. Si telefonava ad amici. E’ una cosa che si costruisce con il tempo. Se oggi uno dice “pensa alla vita senza la comunicazione digitale” è come se dicesse pensa a mangiare un piatto di pasta senza la forchetta. Potevamo contare sull’aiuto di corrispondenti, persone conosciute e giornalisti che vivevano a Buenos Aires o in altri posti del mondo e che ci mandavano fax con notizie dettagliate. L’Internazionale è un giornale che costa, si paga il giornale, i diritti di riproduzione. Ma vale il concetto one time not exclusive right. Se si mette on line qualche contenuto non è più esclusivo, ma resta a disposizione di tutti.
Che cosa intende per “logica start up”? Come può integrarsi in un progetto editoriale?
Specifico che la logica interessante della start up non è “ho avuto un’idea bellissima e la faccio”. Se a qualcuno piace l’idea bellissima, occorre anzitempo interrogarsi se il progetto sia fattibile o meno. Di conseguenza, occorre porsi degli interrogativi. Interrogativi sulla portata del progetto, sui contenuti, sulla qualità di questi. Ad esempio, un server grande come tutta l’Italia esiste? Chi mi dà i soldi? Sono domande, domande che puoi porti anche a 24 anni, quando il livello del problema è se andare allo stadio o andare in discoteca. E poi c’è la verifica dell’idea. Hai fatto il tuo progetto, ti sei sbattuto per un anno e magari scopri che non interessa a nessuno. Per quanto possa essere demoralizzante dal punto di vista umorale, magari qualcuno nota il progetto e ricevi un’offerta di lavoro come ufficio stampa. E’ una questione di scelte.
Durante lo speech ha affermato di sentirsi più vicino a testate straniere. Qual è il giornale che la rappresenta maggiormente come lettore?
Certe testate britanniche. Se dovessi citare un giornale direi The Guardian. E’ molto organizzato. A livello di lettura personale mi abbonerei al London Review Books, se non altro per la qualità degli argomenti trattati. E’ un modello da seguire per quanto riguarda la recensione di libri.
Qual è stato l’anno o il periodo sintomatico per l’Internazionale?
Il 2000 e il 2001. L’anno del G8 a Genova e l’anno dell’attentato dell’11 settembre. In quel periodo, d’estate uscivamo con un inserto che si chiamava “Viaggi” che conteneva i resoconti dei vari reportage. Era un numero freddo. Non essendoci notizie fresche era un numero già fatto. Ci siamo dunque trovati il venerdì, dove metà delle persone aveva il biglietto dell’aereo per partire alla volta, quando a Genova ci poteva essere chiunque, c’era la gente normale. Abbiamo scelto di occuparci del G8 rinunciando al viaggio e ci siamo trovati ad essere in edicola nel momento in cui il mondo pensava a un golpe fascista in Italia. Il numero andò benissimo. Passiamo poi all’Agosto del 2001. L’11 Settembre cadde di martedì. Prima si scrisse qualcosa sui grattacieli, poi abbiamo pensato all’impaginazione, alle foto e alla copertina. Alle sette di sera si è detto “non ci sono altre notizie”. Bene. Abbiamo preso il numero fatto, l’abbiamo buttato in un cestino e da zero abbiamo rifatto un numero in 24 ore. Quel numero vendette tantissimo e partirono numerosi abbonamenti. Teniamoci poi stretto il periodo che va dall’ottobre 2001 all’ottobre 2002, dove ci fu un processo di crescita significativa. Adesso vendiamo 120.000 copie.
Non crede che il grado dell’informazione in un Paese sia determinata dal livello culturale medio dei lettori? Quanto crede che sia verosimile la tesi che la stampa si adegui al livello dei lettori?
E’ una buona scusa. E’ la stessa scusa che si utilizza per la televisione. Non si può fare l’opera in prima serata, ma qualcosa di più divertente come i pacchi. E’ come quando si raccontano le storielle ai bambini. Come si raccontano le favole? Devono essere rese interessanti. Si parla di cancro, ma il livello della conoscenza sull’argomento dipende da come lo si racconta. E’ evidente che c’è meno lavoro se si trova un minimo comune denominatore.
In che misura gli italiani si interessano all’informazione in campo internazionale rispetto a tedeschi, spagnoli, inglesi, ecc.?
Aveva senso fare questo discorso quando l’Internazionale è nato, quando non c’era internet. In un giornale italiani, vent’anni fa, su venti pagine di politica mediamente quindici trattavano di politica interna, quattro erano improntate sulle notizie di cronaca, mentre una era dedicata agli esteri. I quotidiani si occupavano di esteri quando c’era un avvenimento significativo. Guerra del Golfo? Tre pagine sull’argomento. Poi, in concreto, nessuno parlava degli avvenimenti politici negli specifici Paesi. Mentre la stampa europea e la stampa degli Stati Uniti se ne occupavano maggiormente per motivi culturali di lungo termine. Parlare di Europa per un cittadino americano significa parlare di Paesi dove hanno origine influenti parti della cultura statunitense. Parlare di India per un cittadino britannico ha a che fare con la storia del Commonwealth, così come parlare di Africa per un francese attiene ai rapporti con le ex colonie.
 
Alberto Notarbartolo nasce a Milano nel 1968. Dal 1994 si trasferisce a Roma per lavorare al settimanale “Internazionale”, del quale è vicedirettore. È anche direttore editoriale di “Fusi orari”, casa editrice dei libri di “Internazionale”. Inoltre è un collezionista di dischi eclettico e ossessivo.
 


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