a cura di Vincenzo Fano, professore di logica e filosofia della scienza (Dipartimento di Scienze di Base e Fondamenti (DiSBeF), coordinatore della Commissione interdisciplinare dell’Ateneo di Urbino
Studiosi e studenti, tutti parliamo spesso di verità. Alcuni per dire che è molto importante cercarla, altri per sostenere che è impossibile trovarla, altri ancora per affermare che non esiste. Tuttavia, benché muovendoci nel mondo incontriamo uomini e donne, automobili e batteri, non abbiamo mai incontrato delle verità. Le verità non si vedono con gli occhi, né si spostano con le mani, né sono un buon carburante per le nostre caldaie. Quindi la prima cosa che dobbiamo fare, se vogliamo discutere di verità, è definire che cosa intendiamo con questo termine. Con verità ci riferiremo a una caratteristica dei nostri enunciati e delle nostre teorie. Si può affermare che “un uomo è vero”, che “un fatto è vero”, che “un’idea è vera”. Questi sono modi di dire comuni, ma d’ora in poi parleremo solo di “enunciati e teorie vere o false”. In questo senso l’affermazione “Urbino ha un milione di abitanti” è falsa mentre l’affermazione “A Urbino nel 1509 è nato il grande matematico e filologo Federico Commandino” è vera.
Detto questo, dobbiamo chiederci “quando un’affermazione o una teoria sono vere?”. La definizione che ancora oggi molti considerano utile è quella formulata da Aristotele nella sua Metafisica: “Dire di ciò che è che non è, o di ciò che non è che è, è falso, mentre dire di ciò che è che è o di ciò che non è che non è, è vero”. Ad esempio se affermiamo “la neve è bianca” e la neve è effettivamente bianca, allora abbiamo detto il vero. Qui sorge un problema non piccolo. Come facciamo a sapere che ciò che è è effettivamente come diciamo che sia? Ovvero come facciamo a determinare se la neve sia di fatto bianca? Beh, verrebbe da dire, basta guardarla. Tuttavia sappiamo bene quanto i nostri sensi possono essere ingannevoli e che quello che vede uno potrebbe essere diverso da quello che vede un altro. Senza contare che le affermazioni che veramente ci interessano non sono mai così semplici come “la neve è bianca”, ma tipo “la particella rivelata recentemente dall’LHC è veramente il bosone di Higgs?”, cioè enunciati ben più difficili da controllare.
A questo punto, per evitare confusioni, dobbiamo introdurre una distinzione molto importante: un conto sono le procedure che utilizziamo per stabilire se un enunciato o una teoria siano veri, un conto sono invece i fatti nel mondo che determinano la verità di un enunciato o di una teoria. Le prime spesso si chiamano “metodi di verifica o controllo” e i secondi, invece, “condizioni di verità”. Come ha mostrato un grande pensatore della seconda metà del secolo scorso, Quine, le seconde sono imperscrutabili, nel senso che il linguaggio che usiamo per parlare del mondo e il mondo sono talmente disomogenei, che non è possibile costruire una chiara corrispondenza fra il primo e il secondo. Di fatto noi, quando cerchiamo la verità, non instauriamo corrispondenze fra linguaggio e mondo, ma fra un linguaggio, per così dire, più astratto e uno più concreto. Facciamo un esempio: vogliamo stabilire se sia vero o meno che Urbino ha un milione di abitanti. Come procediamo? Cerchiamo alcuni collaboratori, che nell’arco di un paio di settimane bussino alle porte di tutte le abitazioni di Urbino per controllare quante persone vivano in ciascun appartamento. Di fatto i nostri collaboratori daranno fiducia a quello che riferirà loro la persona che trovano in casa. Dunque il nostro rilevamento si concretizzerà in circa un paio di migliaia di affermazioni del tipo “qui abitano tot persone”. Sommiamo tutti i “tot” e otteniamo il numero degli abitanti di Urbino nel periodo del rilevamento. Ovviamente ci sarà un margine di errore. Tuttavia il risultato è certamente molto inferiore a un milione, per cui siamo praticamente sicuri che la nostra affermazione di partenza “Urbino ha un milione di abitanti” sia falsa.
Di fatto il metodo che abbiamo utilizzato per controllare il nostro enunciato è stato quello di confrontarlo con un gran numero di enunciati che abbiamo considerato veri, cioè quelli degli abitanti trovati in casa dai rilevatori. Perciò siamo giunti alla conclusione che l’affermazione “Urbino ha un milione di abitanti” è falsa perché è incoerente con affermazioni che consideriamo vere.
Proprio perché la procedura di accertamento della verità ha sempre questo andamento di confronto fra enunciati, molti hanno sostenuto che la verità non sia altro che coerenza fra enunciati e non corrispondenza fra enunciati e realtà, come sostenuto da Aristotele. Tuttavia bisogna stare attenti a non confondere le due nozioni che abbiamo distinto prima: un conto è che noi di fatto accertiamo la verità di un enunciato o di una teoria mediante questa comparazione fra enunciati più teorici ed enunciati più osservativi – che assumiamo come veri – (cioè il metodo di verifica o controllo), un conto sono invece i fatti che rendono veri i nostri enunciati (cioè le condizioni di verità). E’ probabile che in ultima analisi i fatti siano il più delle volte imperscrutabili e che l’accertamento della verità non può che avvenire mediante un confronto fra enunciati, ma questo non significa che non siano i fatti nel mondo ciò che effettivamente rende vero un enunciato o una teoria.
Da questa breve analisi discende che la verità, intesa come corrispondenza con la realtà, è spesso, se non sempre, impossibile da raggiungere in maniera definitiva. Quindi in generale le nostre migliori teorie non sono vere, ma solo parzialmente vere. Dunque il compito scientifico di scoprire la verità è inesauribile. Arriviamo perciò alla conclusione che la verità esiste e possiamo cercarla; certo non siamo mai sicuri di averla trovata.
Da ultimo ci chiediamo se valga la pena inseguire la verità. La Metafisica di Aristotele comincia con l’affermazione che l’uomo tende per natura alla conoscenza. Lucrezio nel De rerum natura (III, 1067ss.) nota che l’uomo non si rende conto che il suo maggior nemico è il suo io e che il modo migliore di sfuggirgli è provare a penetrare la natura. Hume, all’inizio del suo Trattato sulla natura umana, ribadisce che la più dolce e la più innocua strada nella vita è quella che porta attraverso le vie della scienza e dell’apprendimento. Bastano queste poche citazioni dai classici per rendersi conto di quanto sia importante il ben-essere dovuto alla ricerca della verità. In un certo senso la filo-sofia (amore del sapere) è proprio l’educazione al perseguimento del “piacere della conoscenza”.
Bisognerebbe sottolineare anche che conoscere non solo è un piacere, ma è anche un valore. Tuttavia di questo parleremo un’altra volta.
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