In occasione del convegno Arte, scienza e restauro. La collaborazione tra istituzioni per la tutela e conservazione del patrimonio culturale (16 aprile a Palazzo Ducale) è stato invitato Gianluigi Colalucci, a capo dei restauri degli affreschi della Cappella Sistina (dal 1980 al 1994), fellow dell’Istituto Internazionale di Conservazione (IIC), membro onorario dall’Associazione Culturale Arte Educatrice Museo di Roma, presidente onorario del Centro Internazionale per la Conservazione del Patrimonio architettonico (CICOP), presidente del progetto ASRI (Archivio Storico dei Restauratori Italiani).
Gianluigi Colalucci ha percorso tutto l’iter della complessa “parabola” del restauro essendone ancor oggi testimone autorevole: “Quando si decise di mettere mano ai restauri della Cappella Sistina, il Vaticano, che aveva commissionato i restauri, mi chiese di avvalermi del supporto di un comitato scientifico formato da grandi studiosi di tutto il mondo, anche allo scopo di prevenire possibili polemiche da parte di chi voleva permanesse l’“oscurità di Michelangelo” (determinata in realtà dalla patina scura del fumo delle candele) che aveva oscurato per secoli colori e particolari che poi avremmo riportato alla luce. Perciò procedemmo con un piccolo restauro su una lunetta che corona le pareti della cappella, a ridosso della volta. Da quel momento, lo stupore per la bellezza di quei colori, ha convinto gli incerti. Il nostro team di restauro è stato seguito costantemente, da un cameraman della Nippon Television Network Corporation che ha documentato i lavori di restauro”.
Il fatto di essere ripresi ha ostacolato il lavoro del team?
Quando si lavora su Michelangelo l’esperienza è totalizzante. Il resto non esiste.
Quale dovrebbe essere il percorso ideale di chi vuole fare il restauratore?
Formazione ma pratica e pratica.
Esiste un’etica del restauratore?
Non è mai stata scritta. Per me è: prima di qualsiasi cosa l’opera d’arte che va studiata e analizzata.


