Il mito del bianco in architettura dall'antico al contemporaneo
Giornate di studio (Roma e Urbino) il 15 e 16 maggio. Intervista a Grazia Maria Fachechi, tra gli organizzatori

13 Maggio 2014  |  di  |  Pubblicato in Home page Uniurb, Innovazione

In occasione di “Università per tutti, la settimana dell’orgoglio universitario”, il Dipartimento di Scienze della Comunicazione e Discipline Umanistiche di Uniurb e la Sapienza Università di Roma (Dipartimento Architettura e Progetto – DIAP) presentano “Il mito del bianco in architettura dall’antico al contemporaneo”.
Le giornate di studio, organizzate da Carlo Albarello, Grazia Maria Fachechi, Massimo Zammerini, si terranno a Roma e a Urbino (Palazzo Albani) via Timoteo Viti, 10, nell’Aula B3, giovedì 15 maggio (15-19) e venerdì 16 maggio 2014 (9.30-13).
Abbiamo incontrato la professoressa Grazia Maria Fachechi, tra gli organizzatori.
Perché si parla del mito del bianco?
Il mito del bianco nasce da una visione falsata dal tempo dell’antichità classica. Le origini di questo mito, che riguardano innanzitutto la scultura, sono da ricercare nel momento della disputa sul primato delle arti (cioè su quale fosse la forma artistica maggiore, da un punto di vista estetico e da quello dell’abilità dell’artefice), sorta durante il Rinascimento in seno all’Accademia fiorentina, che vide la contrapposizione e un progressivo allontanamento tra forma (disegno, strumento della ratio, virile) e colore (mezzo delle più irrazionali tentazioni dei sensi e dunque femminile) ovvero una contrapposizione tra pittura e scultura, la quale non sarà più giudicata il prodotto della paritetica applicazione delle due arti. In seno a questa disputa viene istituita una gerarchia dei materiali, inesistente nel Medioevo, e ai primi posti vengono collocati, guarda caso, quelli sopravvissuti dall’antichità, il marmo e il bronzo (che conosce ora una straordinaria rinascita) che possono accogliere una parziale o totale doratura, ma per i quali il colore viene totalmente respinto. Salvo alcune eccezioni, la scultura italiana rinascimentale appare ai nostri occhi sostanzialmente “in bianco e nero”. A decretare la vittoria incontrastata della monocromia del bianco intervenne poi la scoperta del Laocoonte, da alcuni studiosi considerata la prima vera “falsificazione” percettivo-estetica dell’antica scultura. L’opera d’arte, venuta alla luce il 14 gennaio del 1506, aveva ovviamente perso, durante la sua millenaria permanenza sotto terra, la sua colorazione originaria. Allo scavo assistette di persona, tra gli altri, lo scultore Michelangelo. Questo straordinario effetto di bianco intenso del capolavoro abbaglia letteralmente lui e gli artisti dell’epoca ed è destinato ad avere un così forte impatto sul gusto estetico di quel tempo e futuro da far imporre come genere artistico  la scultura non dipinta, possibilmente di nudo marmo. Da quel momento le statue lapidee abbandonarono oramai quasi definitivamente il manto di colori indossato per secoli e si misero addosso un vestito a tinta unita. Con la policromia morì l’idea che le figure dovessero copiare la natura. E così anche l’architettura: si pensi a Palladio e a Borromini. E un completamento marmoreo bianco era previsto anche per Palazzo Ducale di Urbino. Dopo le riflessioni teoriche cinquecentesche di Leonardo, Baldassarre Castiglione, Benedetto Varchi, Vincenzo Borghini, è Winckelmann coi suoi Pensieri sull’imitazione delle opere greche nella pittura e nella scultura del 1755 che riesce definitivamente ad “autenticare” e sigillare il mito del bianco nell’antichità classica innalzando le candide sculture marmoree a segno tangibile ed immagine simbolica dell’ideale estetico, insomma la bellezza pura materializzata.  E questo avveniva proprio nel momento in cui scoperte archeologiche e più attenti esami ravvicinati sulle opere portavano prove tangibili che i monumenti dell’antichità classica, come il Partenone di Fidia, erano in origine colorati, cosa di cui in effetti anche le fonti parlavano, come ebbe modo di dimostrare Quatremère de Quincy. Ma il neoclassicismo continua imperterrito ad inneggiare al bianco assoluto, in scultura e in architettura, richiamandosi a quello dei candidi marmi antichi che erano sì candidi ma solo perché privati dal tempo dei pigmenti originari.

Urbino, Palazzo Ducale

Urbino, Palazzo Ducale


Qual è la storia di questo colore e come stato concepito nel corso del tempo?
Il bianco, in realtà, ha una simbologia molto forte soprattutto in ambito cristiano. Sommando le utilizzazioni che il bianco ha avuto nella pittura del Medioevo, epoca decisiva nel rapporto di lunga durata tra uomo e colori  (e il bianco era sentito come un colore a tutti gli effetti), il “campo simbolico” che ne risulta riguarda sempre e nei più differenti contesti la luce divina e la purezza di chi ne è investito, in accordo con i testi sacri, dove il bianco è il colore più citato. Le architetture sacre nel Medioevo però non sono bianche, salvo eccezioni, come il Duomo di Pisa. Tutt’altro che di rado, però, anche fuori dal contesto religioso, in architettura e in scultura, il bianco è stato adottato, in modalità monocroma, pure per esprimere, per l’appunto, ideali di perfezione formale, a partire dall’età moderna e soprattutto nell’estetica neoclassica. Un esempio per tutti: Canova.
Pisa, piazza dei miracoli

Pisa, piazza dei miracoli


Qual è l’attualità del bianco?
La contemporaneità mostra un amore particolare per le architetture bianche. Il bianco è il terreno delle più interessanti sperimentazioni architettoniche della nostra epoca. Si pensi, ad esempio, all’importante architetto Richard Meier, membro dei “five white architects” per i quali “white is the most wonderful color of all, because within it one can find every color of the rainbow”. Quando Meier ha vinto il concorso per la chiesa del Terzo Millennio, voluta per il giubileo del 2000 e realizzata nel quartiere di Tor Tre Teste a Roma, ha trovato il modo per far realizzare appositamente per l’occasione un nuovo tipo di cemento, il TX Millennium, in grado di distruggere i diversi inquinanti atmosferici con cui viene in contatto e, nello stesso tempo, di autopulirsi mantenendo inalterato il suo aspetto bianchissimo.
La chiesa “Dio Padre Misericordioso”, anche detta “Chiesa delle Vele”, è situata nella zona ad est di Roma, nel quartiere di Tor Tre Teste

La chiesa “Dio Padre Misericordioso”, anche detta “Chiesa delle Vele”, è situata nella zona ad est di Roma, nel quartiere di Tor Tre Teste


Quale contributo vogliono offrire le giornate di studi del 15 e 16 maggio?
Obiettivo di questa iniziativa urbinate è continuare l’approfondimento interdisciplinare sul tema del bianco in architettura avviato nella prima giornata di studio che si è tenuta presso il MACRO di Roma il 19 dicembre 2013. Studiosi di diverse Università e di vari ambiti scientifici che spaziano dall’architettura, alla letteratura, all’arte, al restauro cercheranno di mettere in evidenza alcuni aspetti di tale mito, nella teoria e nella prassi, e il suo valore dall’antichità al contemporaneo.


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