Un ipotetico processo istruito per i danni provocati nella storia dal mito di una città ideale vedrebbe spiccare sul banco degli imputati Platone, considerato da molti interpreti il padre di tutti gli utopisti. Tuttavia, una lettura “fedele” della sua opera, che ne rispetti la forma dialogica e non la concepisca come un deposito di dottrine da “travasare” nel lettore, sembra offrire una prospettiva diversa. Ogni tentativo di definire in astratto la giusta forma politica finisce infatti, nell’opera di Platone, con il descrivere città “impolitiche” (monarchia, oligarchia, timocrazia, democrazia), fasulle, tutte segnate in un modo o nell’altro da una separazione tra chi domina e chi è sottomesso, tra la legge, nomos, e la natura, physis, tra l’ordine della città e dell’anima, da una parte, e le passioni che agitano gli uomini dall’altra.
Si tratta di un problema antico, certo, ma anche di attualità stringente, se pensiamo alla diagnosi che nel 2010 il Censis ha fatto della società italiana, affetta da una simultanea sparizione negli italiani di oggi della legge e del desiderio, del rispetto delle regole condivise e dell’autentica capacità di desiderare.
La “città vera”, la politeia verso cui l’opera di Platone sospinge il lettore, lungi dal poter essere descritta o definita in astratto, è l’orizzonte enigmatico in cui nomos e physis, legge e desiderio convergono verso una paradossale identità. L’accesso a questa dimensione enigmatica è offerto da una parola chiave che non è utopia, ma atopia: è l’atopia di Socrate, uomo “strano”, privo di certezze, preda di mania, razionale e pur sempre “fuori di sé”, oltre i confini di un io chiuso “in sé”, proteso verso gli altri nel dialogo.
Un’atopia radicale anima dunque la scrittura di Platone, rendendola anche, proprio per questa costitutiva inattualità, attuale in ogni tempo. Anche per noi, infatti, l’atopia di Platone può valere come “dispositivo” per tendere verso quell’altrove in cui nomos e physis coincidono e in cui può emergere la mia natura di dialogante, l’enigmatico “noi che io sono”.

