C’è chi uccide per il pane, chi per un’idea; chi è disposto a vivere alla macchia, rinunciando a un focolare caldo, e chi è costretto a darsi al delitto per la fame e la povertà. Sarebbe discutibile negare l’aura di fascino che circonda il brigante, tuttavia altrettanto contestabile sarebbe privare la sua memoria della violenza e dei misfatti compiuti. Nel tumultuoso secolo decimonono, in cui si pongono le fondamenta dell’Italia di oggi e in cui vediamo questo paese diviso e conteso, il fenomeno del brigantaggio diviene quasi una forza rivoluzionaria e rinnovatrice: la voce del popolo che, dai sobborghi, finalmente si leva.
Ma la storia con la ‘esse’ maiuscola non è certo sufficiente a rendere giustizia a questa controversa figura; la priva quasi della propria humanitas rendendola un ‘fatto’ sociale e nulla più. Con grande capacità e spirito di ricerca gli autori di Le marche fuorilegge (R. Ramoscelli, G. Centanni, Edizioni Cucina Dialettale, 2011, pp. 343) hanno saputo dar voce, riguardo a questo problematico capitolo dello sviluppo di una nazione, anche alla storia con la ‘esse’ minuscola: quella degli uomini, delle famiglie, conservata non sui documenti di qualche archivio cittadino, ma nella memoria di chi, anche solo per racconto, ha vissuto quei fatti. Con una collaborazione ormai ventennale e numerose pubblicazioni, l’enogastronomo Rolando Ramoscelli, proprietario del famoso ristorante ‘Da Rolando’ (http://www.darolando.it ) e il giornalista Gianfilippo Centanni, hanno saputo mescolare i documenti ‘umani’ con quelli ufficiali, e in un libro estremamente ricco di vicende e tradizione, amalgamare alla cucina del tempo le avventure di furfanti e fuorilegge marchigiani, condendo il tutto con foto d’archivio ed immagini suggestive.
Ovviamente l’osteria, in un simile binomio, non poteva mancare come tema sostanziale del libro: l’osteria da un lato come luogo di socializzazione, come fucina d’idee e di rivoluzioni, in cui la popolazione emarginata dalle scelte politiche poteva riunirsi e creare una propria voce; dall’altro l’osteria come luogo di tradizione e di conservazione culinaria ed enologica.
Il centocinquantenario dell’Unità d’Italia è rammemorato, grazie a questi due autori, attraverso la storia umana e culturale del territorio marchigiano nei cui rustici loci, lo sguardo acuto del giornalista/storico e l’attenzione dell’enogastronomo alla pregnanza culturale di un’arte come quella della cucina, riportano ai nostri occhi, oltre che ai nostri palati, la vita e le vicende di un momento storico in cui si ponevano le fondamenta del nostro travagliato ‘belpaese’.

